Descrizione breve dell'immagine

In principio era il verbo. La formula del Prologo del Vangelo di Giovanni descrive con sorprendente precisione una delle ipotesi che attraversano fondano l'insegnamento: l'essere umano non entra nel linguaggio come un soggetto già costituito; è il linguaggio a rendere possibile la comparsa del soggetto.

Questa tesi segna una rottura profonda con una lunga tradizione filosofica. Da Cartesio in poi il soggetto viene generalmente pensato come una coscienza che utilizza il linguaggio per esprimere pensieri già formati. Lacan, al contrario, assume fino in fondo la lezione della linguistica strutturale e della scoperta freudiana dell'inconscio: il soggetto non è l'origine della parola, ma il suo effetto. Prima ancora di poter dire «io», ciascuno è già stato nominato, desiderato, iscritto in una genealogia, collocato entro una rete di significanti che lo precede¹.

In questa prospettiva il linguaggio non coincide con un semplice strumento di comunicazione. Ogni parola trae il proprio valore dalla posizione che occupa rispetto alle altre parole. Un significante rinvia sempre a un altro significante, e soltanto all'interno di questa rete differenziale diviene possibile attribuire un senso a ciò che viene detto. È precisamente questo primato del significante a impedire di concepire il soggetto come un'origine pienamente padrona del proprio discorso².

Il nome che Lacan attribuisce a questa dimensione è Grande Altro (Autre, A). Con questa espressione non indica una persona, un'autorità o una coscienza collettiva. Il Grande Altro designa il luogo del tesoro dei significanti: il campo simbolico entro cui una parola può essere riconosciuta come promessa, una legge come legge, un nome come nome. Ogni atto di parola presuppone già questo luogo, poiché nessun parlante può fondare autonomamente il valore dei significanti che utilizza³.

Per questa ragione il Grande Altro non coincide con le figure empiriche che, nel corso della vita, introducono il soggetto al linguaggio. I genitori, la scuola, le istituzioni, la tradizione culturale possono occupare la posizione dell'Altro senza identificarsi con esso. Essi rappresentano contingentemente una funzione simbolica che li eccede. Ridurre il Grande Altro a una persona significa trasformare un concetto strutturale in una categoria psicologica, perdendo il punto decisivo dell'elaborazione lacaniana⁴.

Su questo aspetto Alfredo Eidelsztein propone una lettura particolarmente rigorosa dell'opera di Lacan. Contro ogni prospettiva evoluzionista o biologizzante, egli insiste sul fatto che il soggetto non attraversa uno sviluppo progressivo fino a raggiungere il linguaggio. L'immagine del «Big Bang» indica piuttosto una discontinuità radicale: il soggetto compare come effetto dell'ordine simbolico. Non esiste un individuo pienamente costituito che venga successivamente investito dalla parola; il discorso costituisce la condizione di possibilità della soggettività stessa⁵.

Da questa prospettiva deriva anche una conseguenza teorica decisiva. Se il soggetto è effetto del significante, la sua identità non può mai essere pensata come una sostanza, una natura o un'interiorità pienamente trasparente a se stessa. Ogni soggettività si costituisce attraverso la catena significante e rimane irriducibilmente segnata dalla divisione che essa introduce. È per questo che Lacan definirà il soggetto come «ciò che un significante rappresenta per un altro significante», formula che condensa l'intera portata della sua teoria del linguaggio⁶.

Alla luce di queste premesse acquista il suo significato una delle affermazioni più celebri di Lacan: «l'inconscio è il discorso dell'Altro»**⁷. La formula non suggerisce l'esistenza di una voce estranea che parla dentro il soggetto, né rinvia all'influenza psicologica esercitata da qualcuno. Essa indica piuttosto che l'inconscio si struttura secondo le leggi del linguaggio e prende forma nel campo simbolico che precede ogni esperienza individuale. L'essere parlante non fonda la parola; viene costituito da essa.

Bibliografia: ¹ J. Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi» (1953), in Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 2002.
² F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari-Roma, Laterza; J. Lacan, «L'istanza della lettera nell'inconscio o la ragione dopo Freud» (1957), in Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 2002.
³ J. Lacan, Il Seminario. Libro III. Le psicosi (1955-1956), Torino, Einaudi, 2010; J. Lacan, Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell'inconscio (1957-1958), Torino, Einaudi, 2004.
⁴ J. Lacan, Il Seminario. Libro III. Le psicosi, cit.
⁵ A. Eidelsztein, L'origine del soggetto in psicoanalisi, Trento, Paginaotto, 2024; A. Eidelsztein, Altro Lacan, Buenos Aires, Letra Viva, 2015.
⁶ J. Lacan, «Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell'inconscio freudiano» (1960), in Scritti, vol. II, Torino, Einaudi, 2002.
⁷ J. Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», in Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 2002.