
Freud fonda la tecnica della psicoanalisi su una regola fondamentale che, presa alla lettera, è impossibile da soddisfare:
Dica tutto ciò che le viene in mente.
Nessuno può farlo. Non perché la memoria sia insufficiente o perché il tempo di una seduta sia limitato, ma perché il linguaggio stesso non funziona così. Ogni parola ne lascia cadere altre, ogni frase seleziona, sostituisce, devia. Parlare significa sempre rinunciare a qualcosa. Eppure è proprio questa impossibilità a costituire il cuore della regola fondamentale.
Freud lo sa perfettamente quando, nel 1913, formula la sua regola: freie einfall, o libera associazione, dire tutto implica di rinunciare, per quanto possibile, a decidere in anticipo che cosa meriti di essere detto. L'idea giudicata irrilevante, il dettaglio apparentemente fuori tema, il pensiero assurdo o imbarazzante sono proprio ciò che il soggetto è invitato a non espellere dal discorso¹.
Nella conversazione ordinaria parliamo per comunicare qualcosa che crediamo di sapere già. Il discorso appare come il semplice veicolo di un pensiero precedente. In analisi, invece, la parola smette di essere soltanto il mezzo attraverso cui esprimere ciò che si pensa e diventa il luogo in cui il pensiero stesso può accadere. Non si tratta più di tradurre fedelmente un contenuto interiore, ma di ascoltare ciò che il parlare produce.
È qui che la scoperta freudiana incontra la sua formulazione più radicale nell'insegnamento di Lacan. Il soggetto non coincide con l'Io che organizza il racconto e crede di padroneggiarne il senso. Parla attraverso una lingua che lo precede, abitata da parole ricevute, identificazioni, desideri e significanti che non ha scelto. Per questo Lacan può affermare che il soggetto è effetto del significante: non è semplicemente colui che parla, ma anche colui che è parlato dalla lingua nella quale prende la parola².
La regola fondamentale non serve allora a raccogliere più informazioni sul paziente. Serve a modificare la sua posizione rispetto al proprio dire. L'analisi non cerca un racconto più completo, ma un soggetto disposto a sorprendersi di ciò che dice. Una frase prende una direzione inattesa, una parola ritorna con insistenza, un'espressione apparentemente casuale acquista un peso che il parlante non le aveva attribuito. Non emerge un sapere nascosto dietro il discorso; è il discorso stesso a rivelare una logica che eccede l'intenzione cosciente.
Per questo motivo il celebre sintagma «libera associazione» rischia di essere fuorviante. Suggerisce l'immagine di un pensiero che vaga senza costrizioni, finalmente emancipato da ogni vincolo. Freud descrive l'opposto. Chi parla in analisi scopre ben presto che il proprio discorso non è affatto libero nel senso dell'arbitrio. Alcune parole ritornano ostinatamente, certi nomi vengono evitati, gli stessi temi ricompaiono sotto forme diverse. Le associazioni seguono una necessità che il soggetto non controlla.
Su questo, Elvio Fachinelli, riflettendo sul termine tedesco freie einfall, ci invita a ricordare che non indica anzitutto un'associazione costruita dal soggetto, ma ciò che gli «cade» nella mente, ciò che sopraggiunge³. L'accento si sposta così dalla libertà dell'Io all'evento della parola. Il problema non consiste nel produrre nuove associazioni, ma nel non respingere immediatamente quelle che arrivano perché sembrano prive di senso, sconvenienti o inutili.
L'esperienza analitica non dimostra quindi che le associazioni siano libere. Mostra, piuttosto, che esse sono determinate da una logica diversa da quella dell'intenzione cosciente. Forse è proprio qui che la formula tradizionale andrebbe leggermente rovesciata. Le associazioni non sono libere.
Possono, semmai, essere liberate.
Bibliografia: ¹ Freud, S. (1913). Inizio del trattamento (Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi I), in Opere, vol. VII. Torino: Bollati Boringhieri.
² Lacan, J. (1974). Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, vol. I. Torino: Einaudi.
³ Fachinelli, E. (1983). Claustrofilia. Saggio sull'orologio telepatico in psicoanalisi. Milano: Adelphi.