
Tra tutte le immagini che hanno contribuito a costruire l'iconografia della psicoanalisi, poche sono riconoscibili quanto quella di Sigmund Freud con un sigaro tra le dita. È diventato un attributo inseparabile della sua figura, al punto che oggi è difficile pensare a Freud senza immaginarlo mentre fuma nel suo studio di Berggasse 19, a Vienna, o negli ultimi anni trascorsi a Londra.
Freud iniziò a fumare all'età di ventiquattro anni, seguendo l'esempio del padre Jakob, anch'egli grande fumatore. Quella che iniziò come un'abitudine divenne presto una dipendenza che lo accompagnò per tutta la vita.
Freud, del resto, non cercò mai di minimizzare il proprio rapporto con il tabacco. Al contrario, ne parlò con estrema franchezza. In una lettera a un amico scrisse che i sigari gli avevano fornito, «per cinquant'anni esatti, protezione e un'arma nel combattimento della vita». In un'altra occasione affermò di dovere al sigaro «una grande intensificazione della capacità di lavoro e una facilitazione dell'autocontrollo».
Il fumo faceva parte della sua quotidianità intellettuale. La scrivania conservata oggi al Freud Museum di Londra racconta bene questa presenza costante. Tra statuette egizie, reperti greci, manoscritti e libri si trovano quattro pesanti posacenere di marmo, scatole di sigari, fiammiferi e un elegante portasigari donato da Marie Bonaparte, che Freud portò con sé durante la fuga da Vienna nel 1938. Ancora oggi questi oggetti occupano il posto in cui lui li aveva lasciati
Jones annotò un dettaglio meno nobile: Freud, per quanto educatissimo, aveva l'abitudine di «sputacchiare e schiarirsi la gola» durante le sedute analitiche, effetto collaterale del suo catarro cronico e del fumo eccessivo. «I pazienti non abituati a tale comportamento potevano esserne disturbati, e allora Freud li rimproverava per la loro suscettibilità».
Bibliografia: Ernest Jones, Vita e opere di Freud, Il Saggiatore. (1966)