
Che la psicoanalisi abbia uno statuto politico se ne è già parlato. Freud lo aveva formulato in termini piuttosto netti: nella vita psichica individuale «l'altro è regolarmente presente» come modello, oggetto, soccorritore o avversario. La psicologia individuale è dunque, fin dall'inizio, anche psicologia sociale¹. Con Lacan questa posizione viene radicalizzata fino alla formula, pronunciata nel 1967, «l'inconscio è la politica»².
Non si tratta di chiedersi quale posizione politica debba assumere uno psicoanalista, né di applicare la teoria psicoanalitica alla società. La portata politica della psicoanalisi riguarda piuttosto il modo in cui un soggetto è preso nel discorso, nelle forme dell'autorità e del sapere, e nelle condizioni che rendono possibile la parola.
È da qui che il caso di Autistici/Inventati (A/I) diventa interessante.
A/I nasce nel marzo del 2001 dall'incontro di persone e collettivi impegnati nella tecnologia, nella privacy, nei diritti digitali e nell'attivismo politico. Da allora il collettivo costruisce e mantiene un'infrastruttura autonoma fatta di posta elettronica, hosting, mailing list, blog e altri strumenti di comunicazione, mettendoli a disposizione di singoli e organizzazioni con una particolare attenzione alla privacy e all'anonimato³. La sua storia è così inseparabile da quella della cultura di Internet italiana: A/I appartiene a quella stagione nella quale hacklab, centri sociali, mediattivismo e reti autonome sperimentavano la rete come spazio di comunicazione sottratto, almeno in parte, alle logiche commerciali dei grandi intermediari. Nel 2012 il collettivo ha raccontato questa esperienza in +Kaos. 10 anni di hacking e mediattivismo, ricostruendo dall'interno la trasformazione della comunicazione politica nell'Italia degli anni Duemila³. Il punto interessante è che A/I non si limita a utilizzare Internet per diffondere un discorso politico: costruisce una parte delle condizioni materiali che permettono a quel discorso di esistere e circolare.
È proprio questa caratteristica ad aver assunto un rilievo particolare negli ultimi giorni. Il 26 agosto 2026 il governo statunitense ha inserito A/I nella lista delle Specially Designated Global Terrorists, sostenendo che il collettivo abbia fornito infrastrutture digitali e servizi di comunicazione a cellule Antifa violente e ad altri gruppi dell'estrema sinistra radicale. A/I ha respinto le accuse, rivendicando la propria funzione di infrastruttura per la comunicazione, la privacy e l'autodifesa digitale⁴.
Al di là della valutazione delle accuse, il caso solleva una domanda più generale: che cosa significa considerare un'infrastruttura responsabile dei contenuti e delle azioni di chi la utilizza?
Un server permette di parlare, un servizio di posta permette di comunicare, un sistema di anonimizzazione consente di sottrarsi alla sorveglianza, un servizio di hosting rende possibile la pubblicazione. La libertà di espressione, dunque, non esiste in uno spazio astratto: dipende da condizioni materiali che normalmente rimangono invisibili. Internet è stato spesso rappresentato come il luogo nel quale tutti possono finalmente prendere parola, ma perché questo accada devono esistere protocolli, server, piattaforme e soggetti che li amministrano. È proprio quando queste condizioni entrano in conflitto con ciò che viene detto che diventano visibili. A/I rende evidente questo livello della rete: chi controlla l'infrastruttura controlla una parte delle condizioni del discorso.
È qui che la psicoanalisi può introdurre una torsione. Nel Seminario XVII, Lacan pensa i quattro discorsi come forme di organizzazione del legame sociale. Il discorso del padrone è una struttura nella quale un significante-padrone occupa il posto dell'agente e organizza il campo del sapere; non si tratta semplicemente di una persona che comanda, ma di una modalità attraverso cui il discorso stabilisce posti, rapporti e forme di autorizzazione. Lacan arriva così a legare direttamente il discorso dell'inconscio all'istituzione del discorso del padrone:
Il discorso dell'inconscio risponde a qualcosa che attiene alla istituzione dello stesso discorso del padrone⁵.
Il punto, allora, non riguarda soltanto ciò che viene detto, ma anche chi stabilisce le condizioni alle quali qualcosa può essere detto.
Questa distinzione diventa particolarmente importante quando si parla di democratizzazione. La democrazia viene generalmente pensata come diritto alla parola, alla partecipazione e all'espressione; il diritto formale di parlare, però, dice poco se non ci si interroga sulle condizioni materiali attraverso cui una parola può circolare. La promessa democratica di Internet non consiste soltanto nell'avere moltiplicato i soggetti autorizzati a parlare: ha anche prodotto una nuova serie di soggetti capaci di decidere, tecnicamente e politicamente, quali discorsi possano essere ospitati, raggiunti o esclusi.
Jacques-Alain Miller, riflettendo sul rapporto tra psicoanalisi e democrazia, parla di un «consenso alla divisione della verità»⁶. La formula è interessante perché sottrae la democrazia all'ideale di una comunità finalmente riconciliata attorno a una verità comune. Una società democratica deve piuttosto poter sostenere la divisione, cioè la possibilità che nessuno occupi definitivamente il luogo da cui stabilire ciò che tutti devono riconoscere come vero.
Da questo punto di vista, il caso A/I riguarda qualcosa che va oltre la libertà di espressione di un collettivo politico. Se un'infrastruttura viene giudicata sulla base dei discorsi che permette di far circolare, la possibilità stessa di comunicare rischia di essere subordinata alla valutazione preventiva del contenuto e dei soggetti che lo producono. Il problema non è soltanto chi parla, ma chi decide quali condizioni debbano essere soddisfatte perché qualcuno possa parlare.
Ed è qui che il discorso dell'analista introduce una differenza. L'analista non occupa il posto del padrone che sa in anticipo ciò che il soggetto deve dire; il suo discorso mette al lavoro il soggetto diviso, lasciando emergere qualcosa che non era già contenuto nel sapere dell'Altro. Non offre, per questo, un programma politico della libertà o un modello istituzionale della democrazia, ma una diversa posizione rispetto al sapere. Forse è proprio questo che permette alla psicoanalisi di interrogare la questione democratica senza trasformarsi in una teoria politica. La sua posta in gioco non consiste nel garantire che tutti possano dire tutto, in qualunque luogo e senza limiti, quanto piuttosto nel mantenere aperta la possibilità che il luogo della parola non sia completamente occupato da chi pretende di sapere, prima ancora che il soggetto parli, che cosa quella parola significhi.
A/I, in questo senso, è un caso particolarmente eloquente. Non perché il collettivo rappresenti il discorso dell'analista, né perché la psicoanalisi debba prendere posizione a suo favore, ma perché rende tangibile qualcosa che normalmente rimane sullo sfondo: la parola ha bisogno di un luogo per circolare, e quel luogo è sempre anche un luogo politico.
La domanda, allora, diventa semplice: chi controlla le condizioni di possibilità della parola?
Bibliografia: ¹ Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921), in Opere, vol. IX, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 271.
² Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XIV. La logica del fantasma (1966-1967), lezione del 10 maggio 1967, inedito.
³ Autistici/Inventati, +Kaos. 10 anni di hacking e mediattivismo, Milano, Agenzia X, 2012.
⁴ Autistici/Inventati, dichiarazione del collettivo in risposta alle sanzioni statunitensi, 27 agosto 2026.
⁵ Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Torino, Einaudi, 2001, p. 109.
⁶ Jacques-Alain Miller, «Il disincanto della psicoanalisi», in La psicoanalisi, n. 33, Roma, Astrolabio, 2003, pp. 137-138.