
Ci sono pagine della biografia di Freud che evocano un'estetica particolare. Corridoi d'ospedale, ottone, ferri chirurgici, sigari, camici, manicomi, teatri anatomici, piccoli circhi itineranti e freak show, fotografie di corpi eccezionali. È un mondo in cui la nascente medicina moderna e il gusto ottocentesco per il grottesco condividono ancora lo stesso substrato.
Settembre del 1923, Freud viene ricoverato per il primo intervento al carcinoma del palato, con buona probabilità dovuto alla sua passione tabagista (leggi l'articolo sul sigaro). L'operazione è più complessa del previsto e si conclude con una violenta emorragia. Terminato l'intervento, i familiari vengono rimandati a casa e Freud viene ricondotto in reparto. L'ospedale è sovraffollato e per quella notte deve condividere la stanza con un altro ricoverato. Nel cuore della notte l'emorragia ricomincia. Freud tenta di chiamare aiuto, ma il campanello della stanza è fuori uso. Per alcuni minuti la situazione resta sospesa in un equilibrio assurdo: dopo un intervento delicatissimo, dopo il lavoro dei chirurghi e l'angoscia della famiglia, tutto sembra dipendere da un meccanismo che non funziona. È allora che interviene il suo compagno di stanza. Il biografo Peter Gay, riprendendo il linguaggio della medicina dell'epoca, lo descrive come «un nano con un ritardo mentale». Non ne conosciamo il nome, non sappiamo per quale motivo fosse ricoverato e, dopo quella notte, le biografie non torneranno quasi più a parlarne. Sappiamo soltanto che uscì dalla stanza, percorse il corridoio in cerca del personale sanitario e riuscì a dare l'allarme: «e così, un nano ritardato salvò la vita al professore»¹.
È difficile non riconoscere, in questa vicenda, una curiosa consonanza con il modo in cui Freud stesso ci ha insegnato a leggere gli eventi. Per tutta la sua opera un lapsus, un nome dimenticato, una parola apparentemente marginale o un dettaglio giudicato irrilevante acquistano un peso sproporzionato rispetto alla loro dimensione. Anche la sua biografia, almeno per una notte, sembra seguire la stessa logica. Un personaggio di cui ignoriamo quasi tutto entra in scena per poche righe, compie un gesto minimo e scompare definitivamente dal racconto. Di lui non resta neppure un nome; eppure è anche grazie a quel «nano ritardato» che la storia della psicoanalisi può continuare dal punto in cui sembrava essersi interrotta.
Bibliografia: ¹ Gay, P. (1987). Freud: A Life for Our Time. New York: W. W. Norton & Company, pp. 419–420.
Jones, E. (1995). Vita e opere di Sigmund Freud. Vol. III: L'ultima fase (1919–1939). Milano: Il Saggiatore.