
In botanica il rizoma è un fusto, di solito sotterraneo, che si allunga in orizzontale e mette radici e germogli lungo il proprio percorso; lo zenzero e la gramigna crescono così. Una porzione staccata dal resto può ricominciare a crescere altrove, e quello che affiora in superficie è una piccola parte di uno sviluppo che prosegue sotto terra. Deleuze e Guattari prendono questa pianta come figura nell'introduzione di Millepiani, il libro del 1980 che fa seguito all'Anti-Edipo, e la usano per affrontare il problema della molteplicità: come descrivere qualcosa che cresce per connessioni, in più direzioni, senza ricondurlo a un'origine unica da cui ogni sua parte deriverebbe¹.
Per capire che cosa vogliono evitare si può partire dalla figura opposta, l'albero. In un albero ogni ramo si può far risalire al tronco e il tronco alla radice, così che ciascun elemento ha un posto nella genealogia dell'insieme. Gli autori chiamano arborescente il pensiero che organizza le differenze nello stesso modo, riportandole a un principio che le precede e assegna a ciascuna il suo posto, come una lingua madre da cui discendono le lingue o un centro da cui dipende un sistema. Secondo loro questo schema sopravvive anche dove sembra abbandonato. Un'opera fatta di frammenti, per esempio, può ancora rimandare a una totalità che i frammenti avrebbero perduto o che dovrebbero comporre in futuro. Lo stesso vale per il cut-up di William Burroughs, la tecnica con cui lo scrittore tagliava pagine diverse e ne ricomponeva i pezzi: il montaggio disperde il testo e insieme presuppone un piano superiore in cui quei pezzi tornano a formare un'unità².
Il rizoma serve a pensare una molteplicità che non dipenda da un'unità di questo genere. Per indicarla Deleuze e Guattari usano la formula n − 1: invece di aggiungere all'insieme una dimensione superiore che lo riassuma, l'uno va sottratto, e il molteplice deve reggersi sulle sole dimensioni che ha³. Cambia allora anche il modo di intendere un elemento. In un albero ogni parte è definita prima dei collegamenti, dal posto che occupa. In un rizoma una parte è fatta anche dei rapporti in cui entra, e quando i rapporti aumentano la molteplicità cambia natura. Ci si può chiedere come un insieme del genere resti riconoscibile. Qualsiasi composizione ha bisogno di una certa tenuta, e non è sempre facile distinguere la coerenza che si forma tra le parti da un principio che le governa dall'alto. Gli autori provano a rispondere anche con la struttura del libro: i capitoli di Millepiani portano date invece di numeri e, dichiarano, possono essere letti in qualsiasi ordine.
Nell'introduzione queste idee prendono la forma di sei principi. I primi due, connessione ed eterogeneità, stabiliscono che in un rizoma qualsiasi punto può collegarsi a qualsiasi altro, anche quando i due appartengono a ordini di realtà diversi⁴. L'esempio più sviluppato riguarda il linguaggio. Per Deleuze e Guattari una lingua non si chiude mai su se stessa: le frasi si collegano a rapporti di potere, a istituzioni, a corpi. Un ordine, per esempio, ha la stessa forma grammaticale chiunque lo pronunci, mentre la sua efficacia dipende dalla posizione di chi parla e da ciò che rischia chi non obbedisce, e una descrizione puramente linguistica non riesce a coglierla. Gli autori chiamano concatenamento questo insieme di elementi eterogenei che funzionano insieme: la frase, il ruolo di chi la dice, l'istituzione che le dà peso. Il terzo principio è quello di molteplicità, la formula n − 1 di cui si è detto.
Il quarto principio, la rottura asignificante, riguarda ciò che succede quando un rizoma viene spezzato. Un albero tagliato alla base muore. Un rizoma può riprendere da un punto qualsiasi, lungo una delle sue linee o lungo linee nuove, come un formicaio che si ricostituisce dopo essere stato in gran parte distrutto⁵. Su questo punto gli autori introducono due termini che tornano in tutto il libro, deterritorializzazione e riterritorializzazione. Un territorio è l'insieme di rapporti in cui qualcosa ha una funzione; deterritorializzarsi significa uscirne, riterritorializzarsi significa trovare una funzione in un insieme diverso. L'esempio è la vespa che visita l'orchidea. Il fiore ha forme che ricordano quelle dell'insetto e lo attirano; la vespa entra, si carica di polline e lo porta su un'altra pianta. La scena si potrebbe descrivere come un caso di imitazione. Deleuze e Guattari vi vedono uno scambio: la vespa diventa un pezzo dell'apparato riproduttivo dell'orchidea, e l'orchidea entra nel comportamento della vespa, così che ciascuna esce dal proprio territorio e se ne costruisce uno nuovo con l'altra.
Letta in fretta, l'introduzione può sembrare un elogio dell'orizzontale contro il verticale. Gli autori però riconoscono che la possibilità di ripartire ha un rovescio. Un rizoma spezzato può ricomporsi riproducendo proprio le gerarchie da cui sembrava essersi liberato: le linee di fuga, scrivono, possono incontrare organizzazioni che le irrigidiscono, e nei gruppi come negli individui ci sono microfascismi pronti a cristallizzarsi⁶. Per lo stesso motivo ammettono che dentro i rizomi si formino strutture ad albero e che gli alberi sviluppino tratti rizomatici.
Gli ultimi due principi, cartografia e decalcomania, spostano il discorso su chi osserva e descrive un rizoma. Deleuze e Guattari distinguono due modi di farlo. Il calco riproduce un'organizzazione che si suppone già data, come un foglio trasparente posato su un disegno. La mappa si costruisce esplorando: ha più entrate, si può correggere, rovesciare, adattare a usi diversi, perfino disegnare su un muro⁷. Gli autori chiedono di riportare ogni calco sulla mappa, cioè di rimettere ciò che una descrizione ha isolato dentro i rapporti da cui l'ha preso. Ammettono però che i due piani possono confondersi: anche una mappa usa strumenti che fanno vedere alcune cose prima di altre, e ogni mappa può a sua volta essere ricalcata.
L'esempio di calco su cui insistono di più viene dalla psicoanalisi. Il piccolo Hans è il bambino di quasi cinque anni la cui fobia dei cavalli fu analizzata da Freud nel 1909, in gran parte attraverso i resoconti del padre⁸. Richard è il bambino il cui trattamento Melanie Klein descrisse in un resoconto pubblicato nel 1961⁹. In entrambi i casi, secondo Deleuze e Guattari, l'interpretazione ha preso le connessioni che il bambino stava costruendo e le ha ricondotte a una mappa prestabilita, quella della famiglia¹⁰. Hans si muoveva tra l'edificio dove abitava, la strada e i cavalli che passavano, e l'analisi ha ricondotto ciascuno di questi elementi alla figura del padre o della madre. Il dissenso riguarda la concezione stessa del desiderio e dell'inconscio, e tocca anche il modo di ascoltare ciò che il paziente dice in seduta. Per un lettore lacaniano il confronto è complicato da una somiglianza. Il rizoma, con i suoi rimandi da un punto all'altro, ricorda la catena significante di Lacan, in cui ogni significante rinvia a un altro. Per Lacan, però, la catena si regge su alcuni punti, che chiama punti di capitone, dove il senso si fissa, e su una mancanza che la orienta. Non è chiaro se Deleuze e Guattari vedrebbero in questi punti un ritorno dell'albero o qualcosa di diverso. Nella loro lettura di Hans conta anche lo spazio: il cavallo viene incontrato lungo i percorsi tra la casa e la strada, dove il bambino comincia a distinguere le vie che può attraversare da quelle che evita.
Bibliografia: ¹ G. Deleuze e F. Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, trad. di G. Passerone, Roma, Castelvecchi, 2003, «Introduzione: Rizoma».
² Ivi, pp. 36–38.
³ Ivi, pp. 38–41.
⁴ Ivi, pp. 39–41.
⁵ Ivi, p. 43.
⁶ Ivi, pp. 42–43 e 49.
⁷ Ivi, pp. 45–49.
⁸ S. Freud, «Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans)», in Opere, vol. 5, Torino, Boringhieri, 1972, pp. 476–589.
⁹ M. Klein, Analisi di un bambino. Il metodo della psicoanalisi infantile studiato attraverso il trattamento di un bambino di dieci anni, Torino, Boringhieri, 1971.
¹⁰ G. Deleuze e F. Guattari, Millepiani, cit., pp. 46–49.