
La figura dell'analista è connotata, soprattutto nel secolo scorso, di una posizione sociale borghese che non trova alcun riscontro nella pratica clinica. Nella stanza d'analisi le cose sono molto meno prestigiose. Il lavoro richiede pazienza, qualche rinuncia (tipo all'essere), e la disponibilità a occupare un posto di scarto, di risulta, un posto vuoto affinché la parola dell'analizzante possa circolare. Mi si perdoni l'espressione, e me la perdonino soprattutto i cani, verso i quali nutro una stima ben superiore a quella che riserva loro il senso comune: è un lavoro da cani, verrebbe da pensare.
Possiamo dire con certezza bibliografica che Freud, questo, lo ha preso alla lettera. L'amore di Freud per i canidi attraversa la sua corrispondenza, i ricordi familiari e le testimonianze dei pazienti. Daniel Benveniste ha dedicato a questo rapporto un intero articolo, raccogliendo e ordinando molti degli episodi che lo documentano. Chi volesse approfondire troverà lì una storia ben più ampia. Qui, per oggi, sarà soprattutto il dottor Roy Grinker, psichiatra americano in analisi con Freud negli anni Trenta, ad accompagnarci.
Prima di arrivare a distendersi sul lettino, racconta Grinker, si doveva superare la sala d'attesa difesa da un grosso cane — lo chiama soltanto "il lupo" — che accoglieva i nuovi arrivati con il muso puntato
esattamente all'altezza dei genitali, immaginate l'angoscia di castrazione¹.
Una volta entrati in studio compariva Jofi, la chow chow rossa che Freud teneva accanto al divano. Anche qui è Grinker a lasciarci una testimonianza singolare. Durante una seduta, Jofi si alzò, raggiunse la porta e la grattò. Freud la lasciò uscire, tornò a sedersi e con assoluta naturalezza affermò: «Jofi non approva quello che sta dicendo». Poco dopo arrivò un graffio dall'altro lato della porta. Freud si alzò di nuovo, la fece rientrare e aggiunse: «Jofi vuole darle un'altra possibilit໲. La cagnolina era anche molto brava a mantenere il rigore del setting freudiano: segnalava la fine della seduta alzandosi sempre al momento giusto. Jofi veniva convocata perfino nella diagnosi differenziale: se si mostrava diffidente o si allontanava da qualcuno, Freud valutava se quel paziente fosse adatto a iniziare un'analisi.
Bibliografia: ¹ D. Benveniste, The Interwoven Lives of Sigmund, Anna, and W. Ernest Freud: Three Generations of Psychoanalysis, Fisher King Press, 2015.
² Ivi.